GRECIA /Oggi «essere cinici» indica disprezzo e beffarda indifferenza verso ogni cosa, un tempo invece suggeriva uno stato di ribellione, la condanna della civiltà con le sue imposizioni, prediligendo una vita vagabonda, a contatto con la natura, nomade e alla giornata, senza sottostare alle regole che la vita urbana imponeva.

L’origine del cinismo


Articolo di Isabella Dalla Vecchia – info@misteribestiali.it

Il cane è sempre stato considerato il migliore amico dell’uomo e quindi l’animale più fidato per fare la guardia alla sua abitazione. A volte la sua aggressività diventava un simbolo per indicare il carattere di qualche poeta o scrittore particolarmente estroverso, come il filosofo greco Diogene di Sinope (IV secolo a.C.) e i suoi seguaci. Una definizione che divenne ai tempi un vero e proprio tormentone: il filosofo, com’era nel suo carattere, anziché arrabbiarsi incassò l’accusa auto proclamandosi «cane da guardia della morale». Diogene diede così origine a una vera e propria corrente filosofica trainata dalla parola «cinismo», termine che proviene proprio da «cane» (Canis lupus familiaris).
Oggi «essere cinici» indica disprezzo e beffarda indifferenza verso ogni cosa, un tempo invece suggeriva uno stato di ribellione, la condanna della civiltà con le sue imposizioni, prediligendo una vita vagabonda, a contatto con la natura, nomade e alla giornata, senza sottostare alle regole che la vita urbana imponeva. Un’esistenza pari a quella di un cane randagio, insomma. Questo atteggiamento figurava alla massa come atto dispregiativo nei confronti delle leggi e dei bisogni da seguire per il buon vivere, motivo per cui il termine rimase con questa «brutta» connotazione. Invece il cinismo sostanzialmente ricercava la felicità come fine ultimo dell’uomo, la stessa che desiderano i cani, una felicità che è una virtù perché pura, non effimera e non originata da possessioni, ricchezza o superbia.