I monaci del tempio di Lao-Tsun in Birmania vivevano insieme a molti gatti nella convinzione che fossero dei conduttori naturali delle anime verso l’aldilà. Erano infatti convinti che alla morte di un monaco, un gatto lo ospitasse e quando ciò avveniva gli occhi divenivano come zaffiri e la pelle del color dell’oro. Rimaneva scura solo la punta delle orecchie, della coda e delle zampe, prova di questa trasformazione. La mutazione da un corpo scuro e terrestre a uno bianco e luminoso è il fine ultimo di ognuno di noi, ma nei gatti pare avvenire naturalmente e così l’anima ospitata avrebbe il privilegio di questa magica evoluzione.
Una credenza questa che deriva da una leggenda. Mun-Ha, il sacerdote capo, il giorno in cui fu sulla soglia della morte, trovò il suo gatto Sinh accovacciato accanto a lui e, quando lo toccò, l’animale subì una repentina trasformazione, acquisì un mantello dorato e gli occhi azzurri proprio come quelli della dea dagli occhi blu Tsun-Kyan-Kse, di cui vi era una statua nel tempio. La stessa magia accadde a tutti i gatti del tempio, ma fu Sinh a essere il progenitore della razza Birmana.
Lo stesso avvenne anche durante un attacco degli infedeli che massacrarono i pacifici monaci. Tutti i gatti del tempio si trasformarono come Sinh, acquisendo il mantello dorato e gli occhi azzurri. Si comprese allora che i gatti dei monaci kittah avevano il talento di essere dei ponti, come carrozze protettrici delle anime che, uscite in massa dal corpo, avrebbero trovato ricovero dentro i felini fino al definitivo passaggio nell’oltretomba.